Psicoterapia


Psicoterapia e nuove teconologie

La tecnologia ci ha cambiato. Più che individui sociali siamo ormai individui reticolari, dato che trascorriamo la nostra giornata tra computer, ricerche in internet, messaggi whatsapp.

Dicono Caretti e La Barbera in Psicopatologia delle realtà virtuali: “Ci pare adeguato definire tutta l’odierna tecnologia della comunicazione e della informazione come “tecnologia della mente” o “psicotecnologia” (De Kerckhove, 1995), dal momento che essa amplifica ed estende le facoltà psichiche e sensoriali e dunque interagisce con la struttura mentale in modo analogico”.

Era impensabile che queste nuove modalità comunicative non toccassero anche il mondo della psicoterapia.

È vero, l’impatto iniziale ha provocato disorientamento, soprattutto tra gli psicoanalisti abituati ad arroccarsi nella loro turris eburnea, e ha creato opposte scuole.

Personalmente, come clinica e come persona aperta e attenta ai fenomeni sociali, che non si chiudono in un isolamento autoreferenziale rischiando di estraniarsi dai cambiamenti epocali in cui siamo immersi, da sempre cerco di acquisire una personale consapevolezza che mi possa rendere non solo spettatrice, ma attrice di questo processo di trasformazione.

Le abitudini sono cambiate, il tempo si è ristretto, i pazienti sono sempre più in movimento, è necessario ricorrere ai nuovi strumenti; soprattutto a Skype che ci consente di mantenere un rapporto terapeutico che altrimenti si interromperebbe e addirittura ci permette di raggiungere nuovi utenti: questo perché può essere utilizzato non solo per persone che si spostano continuamente per lavoro o per studio – che oggi sono sempre di più -, ma anche per soggetti handicappati, allettati, inabili a camminare, anziani, persone che vivono in contesti geograficamente irraggiungibili, rurali o montani, o addirittura in altri continenti.

Quindi Skype non solo consente il lavoro psicoterapeutico, ma, come diversi studi hanno dimostrato,  in psicoterapia la dimensione online può facilitare l’espressione di parti di sé dissociate, inespresse e indicibili nella relazione vis à vis; può rispondere alla necessità di ritiro psichico per proteggersi da angosce relazionali; può disinibire la comunicazione superando il senso di colpa quando compare con intensità il transfert verso l’analista; può essere facilitante nei periodi separazione dal terapeuta quando emerge la paura di perdere l’oggetto o di averlo danneggiato.

Ovviamente tutto questo richiede uno strumento con immagine visiva ad alta definizione che consenta di cogliere le espressioni facciali e posturali, con una buona qualità dell’audio per discriminare le tonalità della voce, in un contesto ambientale stabile che possa consentire condizioni neuropsicologiche analoghe a quelle prodotte nella situazione reale.

Da molti anni utilizzo Skype per condurre terapie e ho potuto verificare di persona non solo la fattibilità, ma la sua effettiva efficacia, anche con tecniche specifiche come l’EMDR. In questo caso, il paziente dovrà munirsi di un computer su cui farà girare un video che l’aiuterà a muovere gli occhi da destra a sinistra e di uno smartphone o tablet con cui dialogare via Skype con il terapeuta.

Diverse ricerche internazionali, oltre che la mia personale esperienza, hanno verificato la validità di questa strumentazione.