La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 2

Quest’articolo prosegue il discorso iniziato con “Dottoressa, Lei è freudiana?” e “La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1”.

Modello del conflitto relazionale

L’importanza del ruolo giocato nello sviluppo dalle figure significative diventa primario nella Klein, la quale, secondo Greenberg e Mitchell rappresenta l’alternativa radicale al modello del conlitto pulsionale, ma, dovendo ella comunque mantenere l’adesione alla pensiero freudiano, si concentra unicamente sul ruolo giocato da queste figure in quanto “Altri” internalizzati: in altre parole, i conflitti non sono più di tipo pulsionale, bensì relazionale, tra il bambino e i genitori, ma si tratta sempre solo di “fantasie“: di fusione con l’altro, di divoramento, di inglobamento… Queste fantasie primarie interne giocano un ruolo preponderante nel determinare la psicopatologia. Dati questi presupposti diventano essenziali la neutralità ed astinenza assoluta dell’analista. In questo scenario, la Jacobson e la Mahler (che appartengono però al gruppo degli Psicologi dell’Io) tentano quello che Greenberg e Mitchell chiamano un accomodamento tra l’intuizione kleiniana dell’importanza delle relazioni oggettuali nello sviluppo della mente e i principi fondamentali della teoria pulsionale: per la Jacobson, la patologia dipende dalla gravità delle frustrazioni e delusioni subìte dai genitori, ma la delusione è sempre relativa a una richiesta determinata dalle pulsioni e non ad uno sforzo più globale verso il contatto affettivo; per la Mahler, la madre ha una funzione di soccorso e di pensiero ausiliario che tampona lo stato di non-integrazione postnatale del bambino (cioè il fatto che sia “spaesato” e spaventato di fronte all’insieme di stimoli interni ed esterni che lo raggiungono, ma che non sa ancora riconoscere), ma favorendo quella che è una spinta “interna”, quasi “biologica”, verso l’autonomia e l’identità (che è come dire che, in fondo, il bambino potrebbe farcela anche da solo). Kernberg, sempre secondo Greenberg e Mitchell, integra l’opera di Jacobson e Mahler, ipotizzando che siano le relazioni con l’altro a costituire le pulsioni: libido e aggressività sono per questo più propriamente definibili come “derivati pulsionali” in quanto rappresentano sì le pulsioni ma filtrate dall’esperienza con l’ambiente (per ambiente si intendono i genitori e le esperienze che il bambino fa con le persone significative intorno a lui); insomma, l’ambiente aumenta sempre più il ruolo giocato nello sviluppo mentale, anche se la tecnica terapeutica comunque non cambia: tutto si svolge nella testa del paziente e la costante interpretazione di questi conflitti relazionali, favorita dall’astinenza e dalla neutralità dell’analista, consente la risoluzione del sintomo.

E fin qui tutto sembra più o meno lineare.

Sono gli sviluppi del pensiero kleiniano che avvengono a partire da Bion a creare le prime vere difficoltà di collocazione degli Autori (Bion,  Meltzer, Bick, Tustin, Gaddini e molti altri) perché, pur rimanendo all’interno del modello del conflitto relazionale, è percepibile, quando non esplicitamente dichiarata, l’influenza del gruppo dei cosiddetti Indipendenti Britannici (Winnicott, Fairbairn, Kahn, Deutsch, ecc.), nonché dei loro precursori, che tendenzialmente vengono però collocati nell’ambito del modello delle carenze. Il riconoscimento del ruolo giocato dalle esperienze reale sullo sviluppo psichico è insomma sempre più un dato di fatto e, con questo, anche il riconoscimento dell’importanza di un atteggiamento autenticamente empatico da parte dell’analista.

 

Modello delle carenze

Negli anni ’40, lavorando indipendentemente gli uni dagli altri, pongono le basi per il modello delle carenze: Fairbairn, che sposta l’attenzione dal conflitto pulsionale a quello tra dipendenza infantile e dipendenza matura (in altre parole, per il bambino è importante innanzitutto la relazione con la madre più che la soddisfazione dei suoi bisogni e nel corso della vita questa modalità di dipendenza dalla relazione dovrà essere, come dire, “educata”); Anna Freud, la quale chiaramente afferma che a seguito di un carente sostegno ambientale si può determinare un arresto di sviluppo; Winnicott, che dice che non può esistere un bambino senza una madre, nel senso che è la relazione con l’altro ciò che favorisce la crescita; Kahn che parlando di “trauma cumulativo” riconosce come i ripetuti fallimenti ambientali possano risultare traumatici; tra questi è però solo Balint a rifiutare decisamente l’idea del narcisismo primario e ad enfatizzare quanto una carenza ambientale possa decretare la nascita di un difetto fondamentale nel bambino. I modelli del conflitto incominciano insomma ad avere come alternativa il modello del deficit.

Su questa strada, Bowlby farà dell’attaccamento un bisogno primario che, se mal soddisfatto, può generare Modelli Operativi Interni (MOI) insicuri, i quali determinaranno gli schemi relazionali dell’adulto, cioè il modo in cui si approccerà alle persone. Tralasciando gli sviluppi che la teoria dell’attaccamento ha avuto attraverso le ricerche delle Ainsworth, della Main e della Crittenden, più recentemente Fonagy ridimensiona in maniera sostanziale il MOI arrivando a parlare dell’esistenza nella psiche individuale di un più essenziale Interpersonal Interpretative Mechanism, derivato dal cattivo attaccamento, che può interpretare il comportamento dell’altro o bene, o male o malissimo: di qui i diversi livelli di gravità delle patologie. Per questo si concentra in terapia sullo sviluppo della funzione riflessiva, cioè sul favorire la corretta interpretazione del pensiero e del comportamento dell’Altro, lavorando sempre più solo sul qui ed ora e disinteressandosi della verità storica del trauma. Anche a Greenspan e Greenson, che si pongono in continuità con gli Psicologi dell’Io, ma integrano le acquisizioni dell’Infant Research – appartenente al modello delle dissintonie – dobbiamo concetti fondamentali: Greenspan fornisce un grosso apporto al lavoro con i bambini autistici e con quelli che definisce con “bisogni speciali”, individuando la presenza fin dalla nascita dei Disturbi Regolatori dell’Esperienza Sensoriale che, legati esclusivamente a difficoltà recettoriali, influenzano la relazione madre-bebé e mettendo a punto una tecnica psicoanalitica per l’adulto che va a lavorare su questi disturbi; Greenson si concentra sugli aspetti reali delle relazione terapeutica e, in particolare sull’alleanza terapeutica, concetto introdotto dalla Zetzel e sviluppato da Stone, che è un modo, secondo Fonagy e Target, di mettere in primo piano l’interazione analista-paziente nel processo terapeutico. Questo ci porta automaticamente a parlare del modello delle dissintonie e dei disconoscimenti, che sarà oggetto di un prossimo articolo.

dott.ssa Mariangela Villa
La dott.ssa Mariangela Villa è una Psicologa, Psicoterapeuta e Terapeuta. Si occupa di Psicoterapia Psicoanalitica, Psicodramma ed EMDR presso lo Studio Medico Posturalmente, a Milano, in Viale Lucania 3. Insieme al dott. Luca Sangiovanni ha messo a punto un intervento integrato fra Posturologia e Psicoterapia, con un attento sguardo di insieme del paziente.
dott.ssa Mariangela Villa
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