Dottoressa, Lei è freudiana?

È una domanda che mi sono sentita porre spesso in più di vent’anni di attività e che sempre mi mette un po’ agli angoli perché, sì, la mia formazione parte da Freud, ma la psicoanalisi, da 130 anni a questa parte, è molto cambiata, è cambiata coi tempi e con le nuove sofferenze che i mutamenti sociali hanno comportato.

Complici gli stessi psicoanalisti, c’è, sia nella comunità scientifica sia nell’opinione pubblica, molta disinformazione e scarsa documentazione su quel che è oggi la psicoanalisi: quando se ne parla sui quotidiani, nei talk show, piuttosto che nei dibattiti in discipline parallele si parla di una psicoanalisi nata in un altro secolo come se fosse ancora attuale: il Vittorianesimo, puritano e positivista, ha spinto un Freud dissacrante a portare alla luce le pulsioni sessuali ed aggressive che albergano nell’inconscio dell’uomo sin dalla nascita; ma il bambino descritto da Freud è un essere autarchico che, se alla nascita potesse bastare a se stesso, non incontrerebbe mai l’altro: lo cerca e lo riconosce solo per l’esigenza di soddisfare i propri bisogni. Dati questi presupposti e data la volontà di vedere riconosciuta la psicoanalisi come scienza, Freud chiedeva agli analisti di agire come se si trovassero all’interno di una stanza chirurgica e di mantenere neutralità e distanza dal paziente: così, lasciato solo con le sue associazioni, egli avrebbe gradualmente proiettato sull’analista fantasie proibite, che, prontamente interpretate come derivanti da un antico passato, sarebbero state rielaborate.

Ma la seconda guerra mondiale ha modificato le prospettive: il bambino postbellico è un bimbo traumatizzato che deve fare i conti non tanto con la frustrazione delle sue esigenze corporali o con le distorsioni delle proprie fantasie, quanto con le carenze dell’accudimento ricevuto e con la sua rabbia reattiva; è la vittima di un ambiente inadeguato e che ora chiede all’analista risarcimento e riparazione: così, il passaggio da una teoria del conflitto ad una teoria del deficit negli anni ’50-‘60 decreta la nascita di un analista accogliente che empaticamente risuona con la sofferenza del paziente ed implicitamente offre quel che Alexander ha definito un’”esperienza emozionale correttiva”. Non viene ancora riconosciuto il ruolo che lo stesso analista può giocare, influenzando con il proprio inconscio l’inconscio del paziente: questo cambiamento avverrà negli anni ’80, dopo che il crollo dei passati rigori e divieti, se da un lato ha consentito maggiore libertà e “diritti per tutti”, dall’altro ha minato anche sicurezze e stabilità interiori, lasciando nell’uomo un vuoto ed una fragilità spesso celate dietro Sé falsi ed inautentici.

In questi ultimi trent’anni, l’osservazione diretta della relazione madre-bambino ed i progressi delle neuroscienze ci hanno chiaramente mostrato come il bimbo alla nascita non sia quell’esserino autarchico tutto preso dalla soddisfazione delle proprie pulsioni visto da Freud a partire dai racconti dei pazienti, quanto piuttosto attivamente partecipi e richiami la relazione con la madre, ne ricerchi il contatto, il calore, il sostegno e quanto la madre stessa partecipi con la sua pronta relazionalità alla crescita e allo sviluppo della mente del suo bambino. Qualunque genitore sa quanto sia vero tutto cò. Non viviamo nel 1885 e ormai sappiamo quanto la sintonizzazione con la mente della madre si riveli fondamentale per la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano le capacità di autoregolazione del bambino. Questa consapevolezza ha ulteriormente cambiato la posizione dell’analista in terapia, che, se mantenesse quell’originaria freddezza e austerità oggi, in un’epoca così lontana da quel Vittorianesimo, contribuirebbe se va bene alla “fuga” (saggia) del paziente, al peggio ad una sua ritraumatizzazione. Oggi paziente e analista collaborano insieme ad un processo di cura che modificherà l’uno quanto l’altro.

Per cui, sono freudiana? Sì, non potrei non esserlo, perché da Freud tutto è partito. E sì, ancor oggi c’è qualche analista che vive come se fossimo agli inizi del ‘900, e molti di più ce n’erano nel ’50. Ma per quanto mi riguarda, sono nata nel ’64 e vivo nel 2015 e mi confronto con le problematiche e le sofferenze attuali.

In un prossimo articolo cercherò di illustrare gli sviluppi della psicoanalisi dalle origini fino ai nostri giorni, con l’obiettivo di mostrare quanto complessa ed articolata sia la storia di questa teoria sempre in fieri.

dott.ssa Mariangela Villa
La dott.ssa Mariangela Villa è una Psicologa, Psicoterapeuta e Terapeuta. Si occupa di Psicoterapia Psicoanalitica, Psicodramma ed EMDR presso lo Studio Medico Posturalmente, a Milano, in Viale Lucania 3. Insieme al dott. Luca Sangiovanni ha messo a punto un intervento integrato fra Posturologia e Psicoterapia, con un attento sguardo di insieme del paziente.
dott.ssa Mariangela Villa
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