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La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 3

Quest’articolo prosegue e conclude il discorso iniziato con “Dottoressa, Lei è freudiana” e “La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1 e 2”.

Modello delle dissintonie e disconoscimenti

Alla fine degli anni ’30, Sullivan sposta l’attenzione dal conflitto pulsionale al conflitto tra quel che l’uomo è e quel che socialmente deve essere, che porta alla nascita di un Me-buono (il Me accettato dai genitori), un Me-cattivo (il Me punito dai genitori) e un Non-me (il Me disconosciuto e quindi dissociato); in questo modo pone l’enfasi sull’importanza che in terapia l’analista lavori sul riconoscimento del paziente in toto, anche delle sue parti non accolte dai genitori, piuttosto che sulle sue fantasie. Lavorando in maniera indipendente, negli anni ‘70 per Kohut diventa essenziale la realizzazione del Sé, che presuppone l’incontro con un oggetto-Sé che sappia empaticamente sostenerlo: questo deve anche essere il ruolo svolto dall’analista. Si va così gradualmente delinenando nell’’80 quella che è stata definita la svolta relazionale, che raccoglie diverse correnti: l’Infant Research e il Boston Change Study Group, la Psicoanalisi Motivazionale, di Lichtenberg, Lachmann e Fossage, quella Intersoggettiva di Atwood, Stolorow e Brandschaft e quella Relazionale di Mitchell ed Ehrenberg (qui ho collocato anche Bromberg per questioni temporali, benché egli discenda più propriamente dalla Psicoanalisi Interpersonale di Sullivan). Accomuna queste correnti l’idea che il narcisismo primario non esista: secondo Mitchell lo sviluppo individuale avviene dentro una “matrice relazionale” che ogni persona costruisce attraverso le sue esperienze affettive significative con dli Altri reali. “Finché l’analista non partecipa affettivamente alla matrice relazionale del paziente piuttosto, non si scopre al suo interno, finché l’analista non è in un certo senso affascinato dalle richieste del paziente, plasmato dalle proiezioni del paziente, reso ostile e frustrato dalle difese del paziente, il paziente non è pienamente coinvolto e la profondità dell’esperienza analitica viene almeno in parte perduta” (Mitchell, 1988). La psicopatologia è allora il luogo delle esperienze non formulate a causa di dissintonie e disconoscimenti ambientali degli stati interni del bambino, che producono dissociazioni, le quali potranno essere re-integrate soltanto attraverso processi relazionali basati sull’autenticità, all’interno dei quali potranno svilupparsi insights (nuove consapevolezze): in questo senso, la terapia si co-costruisce. Sta di fatto, però, che il concetto di co-costruzione era stato decenni prima anticipato da Ferenczi.

 

Modello del trauma

Ferenczi non ha mai abbandonato l’idea originaria freudiana della psicopatologia come derivante da un trauma reale (Freud era partito da questa idea, cioè che certi ricordi traumatici fossero ricordi reali, ma l’aveva rapidamente sostituita con l’idea che si trattasse in realtà di fantasie); al contrario sottolinea che l’astinenza e la neutralità dell’analista, tanto caldeggiate dal modello del conflitto pulsionale e da quello del conflitto relazionale) possono creare un’atmosfera tale di deprivazione da ritraumatizzare il paziente, soprattutto nel momento in cui, facendo risalire i suoi ricordi a fantasie, incominci a svolgere il ruolo di quello che ha definito il “terzo termine”, la madre che non vuole vedere. Egli condanna perciò l’atteggiamento freddo, anaffettivo e puramente intellettuale dell’analista e caldeggia la partecipazione e l’autenticità.

 L’apporto delle Neuroscienze nel riconoscimento del trauma

Anticipato da tre decenni di ricerche di Sander secondo cui la funzione di riconoscimento costituisce il ponte tra i processi biologici e quelli relazionali, Schore riprende le osservazioni della teoria dell’attaccamento e dell’Infant Research e, integrandole alle scoperte neuroscientifiche, dimostra, tra l’altro, come la possibilità del bambino di sintonizzarsi con la mente di altre persone si riveli fondamentale per la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano le sue capacità di autoregolazione, in quanto favorisce nell’emisfero destro la creazione di un brain stress coping system. Questo consente dicomprendere meglio le ragioni del funzionamento dei pazienti borderline o con Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD), costretti sia dall’assenza di un brain stress coping system, sia da un’alterata comunicazione tra il cingolato anteriore e le zone limbiche sottocorticali a costanti comportamenti di attacco, fuga o dissociazione (fight-flight-freeze); ma anche di cambiare le modalità della cura enfatizzando il ruolo della sintonizzazione right brain to right brain (Correale, Mancia). Terapeuti non psicoanalisti, come Siegal, Van der Kolk, Panksepp, Porges, o il gruppo di Toronto che hanno dato un grosso contributo allo studio del trauma, hanno integrato anche altre tecniche (EMDR, Mindfulness, Terapia Sensorimotoria) nella pratica clinica, che oggi incominciano ad essere utilizzate anche in ambito psicoanalitico.

 

Il ritorno a Freud

Lacan negli anni ‘50 auspicava invece un ritorno a Freud: egli riconosceva alla relazione con l’altro il ruolo svolto nel processo di soggettivazione (cioè il processo che porta all’acquisizione della propria identità), ma la relazione con l’altro costituiva comunque un’alienazione del desiderio, e su questo desiderio non appagato bisogna lavorare (non me ne vogliano i lacaniani: sto ovviamente semplificando un pensiero in sé estremamente complesso). A Green, che pure attinge ad Autori come Winnicott e Bion, dobbiamo concetti importanti come la teorizzazione della «psicosi bianca», cioè i riflessi della depressione materna sullo sviluppo del bambino, o del conflitto tra angoscia abbandonica e angoscia di intrusione nei borderline; ma, a suo dire, l’osservazione sullo sviluppo infantile ha apportato ben poco al pensiero psicoanalitico, l’enfatizzazione della relazione mamma-bambino ha creato una specie di mito della relazione duale da cui è necessario uscire e le neuroscienze e gli approcci cognitivi stanno tentando di trasformare la psicoanalisi in una conoscenza oggettiva. Convinto lui….

La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 2

Quest’articolo prosegue il discorso iniziato con “Dottoressa, Lei è freudiana?” e “La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1”.

Modello del conflitto relazionale

L’importanza del ruolo giocato nello sviluppo dalle figure significative diventa primario nella Klein, la quale, secondo Greenberg e Mitchell rappresenta l’alternativa radicale al modello del conlitto pulsionale, ma, dovendo ella comunque mantenere l’adesione alla pensiero freudiano, si concentra unicamente sul ruolo giocato da queste figure in quanto “Altri” internalizzati: in altre parole, i conflitti non sono più di tipo pulsionale, bensì relazionale, tra il bambino e i genitori, ma si tratta sempre solo di “fantasie“: di fusione con l’altro, di divoramento, di inglobamento… Queste fantasie primarie interne giocano un ruolo preponderante nel determinare la psicopatologia. Dati questi presupposti diventano essenziali la neutralità ed astinenza assoluta dell’analista. In questo scenario, la Jacobson e la Mahler (che appartengono però al gruppo degli Psicologi dell’Io) tentano quello che Greenberg e Mitchell chiamano un accomodamento tra l’intuizione kleiniana dell’importanza delle relazioni oggettuali nello sviluppo della mente e i principi fondamentali della teoria pulsionale: per la Jacobson, la patologia dipende dalla gravità delle frustrazioni e delusioni subìte dai genitori, ma la delusione è sempre relativa a una richiesta determinata dalle pulsioni e non ad uno sforzo più globale verso il contatto affettivo; per la Mahler, la madre ha una funzione di soccorso e di pensiero ausiliario che tampona lo stato di non-integrazione postnatale del bambino (cioè il fatto che sia “spaesato” e spaventato di fronte all’insieme di stimoli interni ed esterni che lo raggiungono, ma che non sa ancora riconoscere), ma favorendo quella che è una spinta “interna”, quasi “biologica”, verso l’autonomia e l’identità (che è come dire che, in fondo, il bambino potrebbe farcela anche da solo). Kernberg, sempre secondo Greenberg e Mitchell, integra l’opera di Jacobson e Mahler, ipotizzando che siano le relazioni con l’altro a costituire le pulsioni: libido e aggressività sono per questo più propriamente definibili come “derivati pulsionali” in quanto rappresentano sì le pulsioni ma filtrate dall’esperienza con l’ambiente (per ambiente si intendono i genitori e le esperienze che il bambino fa con le persone significative intorno a lui); insomma, l’ambiente aumenta sempre più il ruolo giocato nello sviluppo mentale, anche se la tecnica terapeutica comunque non cambia: tutto si svolge nella testa del paziente e la costante interpretazione di questi conflitti relazionali, favorita dall’astinenza e dalla neutralità dell’analista, consente la risoluzione del sintomo.

E fin qui tutto sembra più o meno lineare.

Sono gli sviluppi del pensiero kleiniano che avvengono a partire da Bion a creare le prime vere difficoltà di collocazione degli Autori (Bion,  Meltzer, Bick, Tustin, Gaddini e molti altri) perché, pur rimanendo all’interno del modello del conflitto relazionale, è percepibile, quando non esplicitamente dichiarata, l’influenza del gruppo dei cosiddetti Indipendenti Britannici (Winnicott, Fairbairn, Kahn, Deutsch, ecc.), nonché dei loro precursori, che tendenzialmente vengono però collocati nell’ambito del modello delle carenze. Il riconoscimento del ruolo giocato dalle esperienze reale sullo sviluppo psichico è insomma sempre più un dato di fatto e, con questo, anche il riconoscimento dell’importanza di un atteggiamento autenticamente empatico da parte dell’analista.

 

Modello delle carenze

Negli anni ’40, lavorando indipendentemente gli uni dagli altri, pongono le basi per il modello delle carenze: Fairbairn, che sposta l’attenzione dal conflitto pulsionale a quello tra dipendenza infantile e dipendenza matura (in altre parole, per il bambino è importante innanzitutto la relazione con la madre più che la soddisfazione dei suoi bisogni e nel corso della vita questa modalità di dipendenza dalla relazione dovrà essere, come dire, “educata”); Anna Freud, la quale chiaramente afferma che a seguito di un carente sostegno ambientale si può determinare un arresto di sviluppo; Winnicott, che dice che non può esistere un bambino senza una madre, nel senso che è la relazione con l’altro ciò che favorisce la crescita; Kahn che parlando di “trauma cumulativo” riconosce come i ripetuti fallimenti ambientali possano risultare traumatici; tra questi è però solo Balint a rifiutare decisamente l’idea del narcisismo primario e ad enfatizzare quanto una carenza ambientale possa decretare la nascita di un difetto fondamentale nel bambino. I modelli del conflitto incominciano insomma ad avere come alternativa il modello del deficit.

Su questa strada, Bowlby farà dell’attaccamento un bisogno primario che, se mal soddisfatto, può generare Modelli Operativi Interni (MOI) insicuri, i quali determinaranno gli schemi relazionali dell’adulto, cioè il modo in cui si approccerà alle persone. Tralasciando gli sviluppi che la teoria dell’attaccamento ha avuto attraverso le ricerche delle Ainsworth, della Main e della Crittenden, più recentemente Fonagy ridimensiona in maniera sostanziale il MOI arrivando a parlare dell’esistenza nella psiche individuale di un più essenziale Interpersonal Interpretative Mechanism, derivato dal cattivo attaccamento, che può interpretare il comportamento dell’altro o bene, o male o malissimo: di qui i diversi livelli di gravità delle patologie. Per questo si concentra in terapia sullo sviluppo della funzione riflessiva, cioè sul favorire la corretta interpretazione del pensiero e del comportamento dell’Altro, lavorando sempre più solo sul qui ed ora e disinteressandosi della verità storica del trauma. Anche a Greenspan e Greenson, che si pongono in continuità con gli Psicologi dell’Io, ma integrano le acquisizioni dell’Infant Research – appartenente al modello delle dissintonie – dobbiamo concetti fondamentali: Greenspan fornisce un grosso apporto al lavoro con i bambini autistici e con quelli che definisce con “bisogni speciali”, individuando la presenza fin dalla nascita dei Disturbi Regolatori dell’Esperienza Sensoriale che, legati esclusivamente a difficoltà recettoriali, influenzano la relazione madre-bebé e mettendo a punto una tecnica psicoanalitica per l’adulto che va a lavorare su questi disturbi; Greenson si concentra sugli aspetti reali delle relazione terapeutica e, in particolare sull’alleanza terapeutica, concetto introdotto dalla Zetzel e sviluppato da Stone, che è un modo, secondo Fonagy e Target, di mettere in primo piano l’interazione analista-paziente nel processo terapeutico. Questo ci porta automaticamente a parlare del modello delle dissintonie e dei disconoscimenti, che sarà oggetto di un prossimo articolo.

La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1

Tempo fa ho pubblicato un articolo dal titolo “Dottoressa, Lei è freudiana?”, spiegando che questa domanda mi è stata posta spesso in più di vent’anni di attività e che sempre mi mette un po’ agli angoli perché, sì, la mia formazione parte da Freud, ma la psicoanalisi, da 130 anni a questa parte, è molto cambiata, è cambiata coi tempi e con le nuove sofferenze che i mutamenti sociali hanno comportato.

Questo vuole essere il primo di una serie di tre articoli in cui cercherò di mostrare l’evoluzione del pensiero e della tecnica psicoanalitica, con tutti i limiti che una ricostruzione sintetica può comportare.

Costruire una genealogia della psicoanalisi da Freud ai nostri giorni è, infatti, un’impresa quasi impossibile, soprattutto considerando che dagli anni ’40 in poi, spesso in maniera indipendente, molti Autori hanno elaborato concetti sovrapponibili, o comunque se ne percepiscono i reciproci influenzamenti; per cui, quella che propongo è una delle possibili linee di sviluppo del pensiero psicoanalitico, consapevole che molti nomi potrebbero essere collocati in altre sedi e che altrettanti sono stati dati per scontati. Sulla base della lettura di diversi manuali di storia della psicoanalisi (Vegetti Finzi, Aparo-Casonato-Vigorelli, Greenberg-Mitchell, Amadei, Pelanda, Fonagy-Target, Eagle) mi è sembrato possibile isolare sei modelli principali: il modello del conflitto pulsionale,  il modello del conflitto relazionale, il modello strutturale, il modello delle carenze, il modello delle dissintonie e disconoscimenti, il modello del trauma. Ogni modello implica una strategia di intervento terapeutico differente.

Tralascio qualsiasi riferimento a quegli Autori, come Jung, Adler, Reich (e con lui Lowen), che hanno dato origine ad una corrente di pensiero e ad una conseguente tecnica terapeutica alternativa a quella freudiana e passo subito ad accennare agli altri modelli e alle loro reciproche influenze.

Qui sotto la genealogia che ho ricostruito. Di seguito, un tentativo di spiegazione.

Il modello del conflitto pulsionale

È il modello proposto da Freud che, pur nelle diverse rielaborazioni subìte nel corso del tempo, prevede che il sintomo psicologico sia causato da un conflitto intrapsichico tra i desideri pulsionali, sessuali e aggressivi, conservati nell’Es, e le modalità comportamentali che la società e il viver comune impongono, interiorizzate in un’istanza psichica che viene chiamata Super-Io, la nostra coscienza morale. In altre parole, i nostri desideri sessuali e aggressivi, se considerati inaccettabili, vengono rimossi e ributtati nell’inconscio, in maniera tale da non arrivare neanche alla soglia della coscienza; ma se la rimozione fallisce il proprio compito, il desiderio comparirà sotto mentite spoglie e formerà il sintomo nevrotico: la cecità isterica, piuttosto che il bisogno continuo di controllare di avere spento il gas tipico della nevrosi ossessiva, o la fobia dell’aereo piuttosto che dei cani. Secondo Freud, dietro queste sintomatologie si nasconde un conflitto pulsionale, che si svolge tutto “nella testa” della persona. Lo psicoanalista deve favorire l’emersione di questo conflitto mantenendo un atteggiamento neutrale e distaccato così che il paziente, non riuscendo a decifrare i pensieri dell’analista, sia indotto a proiettare su di lui le proprie personali fantasie, basate appunto su quei desideri inaccettabili. L’individuazione di questi desideri consentirà il superamento del sintomo.

Ho volutamente semplificato un modello che in sé è molto più sfaccettato; ma quello che mi premeva evidenziare è il fatto che la teoria freudiana presuppone che il bambino sia un essere autarchico (si trova in una condizione che egli definisce di “narcisismo primario”) che, se alla nascita potesse bastare a se stesso, non incontrerebbe mai l’Altro: lo cerca e lo riconosce solo per l’esigenza di soddisfare i propri bisogni; che tutta la problematica si svolga esclusivamente nella testa del paziente, che sia cioè intrapsichica; che la realtà reale non svolga nessuna effettiva funzione sullo sviluppo della sintomatologia (in altre parole, se ho ricordi di abusi subìti dal mio insegnante in quinta elementare, in realtà sto nascondendo a me stessa i miei desideri sessuali nei suoi confronti, o meglio nei confronti di mio padre – il famoso complesso di Edipo); che l’analista debba mantenere sempre un atteggiamento astinente, neutrale e frustrante le richieste che provengono dal paziente, allo scopo di favorire la proeizione delle fantasie inaccettabili.

Ma voci dubbiose si alzano fin da subito, sia per quanto riguarda l’esclusione del ruolo della realtà reale sullo sviluppo della mente (ad esempio con Hartmann o Anna Freud), sia per quanto riguarda l’atteggiamento dell’analista (Ferenczi a gran voce).

Modello strutturale

Questo modello appartiene ad un gruppo di psicoanalisti allievi di Freud in territorio statunitense che vengono identificati con il nome di Psicologi dell’Io. Ricordo tra i tanti Hartmann, Kris, Jacobson, Mahler. Secondo questi Autori, la patologia non dipende tanto dallo scontro tra l’Io e la realtà, quanto da una non avvenuta neutralizzazione della pulsione che impedisce all’Io di assolvere alle proprie normali funzioni e che può avvenire solo all’interno di un “ambiente medio prevedibile”: se il bambino cresce insomma in un contesto “sano”, questo aiuta a creare nella psiche un’area libera da conflitti che consente una crescita adeguata. La stessa Anna Freud accoglie il concetto di neutralizzazione della pulsione in quanto riconosce che nell’Io esiste sempre un’area problematica, la sessualità, che interferisce sulla normale amministrazione psichica; e si spinge ancora più in là, distinguendo tra conflitti esterni (tra il bimbo e le figure significative), conflitti interiorizzati (tra i desideri e l’interiorizzazione delle richieste  della realtà esterna nel Super-io) e conflitti veramente interni (tra l’Io e l’Es): ecco che gli Psicologi dell’Io e Anna Freud, pur ritenendo che la conflittualità sia alla fine sempre e solo intrapsichica, incominciano a riconoscere il ruolo svolto dalle figure significative sulla crescita del bambino.

In un prossimo articolo illustrerò il prosieguo di questa evoluzione.