dott.ssa Mariangela Villa, Autore a Posturalmente.it

Psicoterapia e nuove teconologie

La tecnologia ci ha cambiato. Più che individui sociali siamo ormai individui reticolari, dato che trascorriamo la nostra giornata tra computer, ricerche in internet, messaggi whatsapp.

Dicono Caretti e La Barbera in Psicopatologia delle realtà virtuali: “Ci pare adeguato definire tutta l’odierna tecnologia della comunicazione e della informazione come “tecnologia della mente” o “psicotecnologia” (De Kerckhove, 1995), dal momento che essa amplifica ed estende le facoltà psichiche e sensoriali e dunque interagisce con la struttura mentale in modo analogico”.

Era impensabile che queste nuove modalità comunicative non toccassero anche il mondo della psicoterapia.

È vero, l’impatto iniziale ha provocato disorientamento, soprattutto tra gli psicoanalisti abituati ad arroccarsi nella loro turris eburnea, e ha creato opposte scuole.

Personalmente, come clinica e come persona aperta e attenta ai fenomeni sociali, che non si chiudono in un isolamento autoreferenziale rischiando di estraniarsi dai cambiamenti epocali in cui siamo immersi, da sempre cerco di acquisire una personale consapevolezza che mi possa rendere non solo spettatrice, ma attrice di questo processo di trasformazione.

Le abitudini sono cambiate, il tempo si è ristretto, i pazienti sono sempre più in movimento, è necessario ricorrere ai nuovi strumenti; soprattutto a Skype che ci consente di mantenere un rapporto terapeutico che altrimenti si interromperebbe e addirittura ci permette di raggiungere nuovi utenti: questo perché può essere utilizzato non solo per persone che si spostano continuamente per lavoro o per studio – che oggi sono sempre di più -, ma anche per soggetti handicappati, allettati, inabili a camminare, anziani, persone che vivono in contesti geograficamente irraggiungibili, rurali o montani, o addirittura in altri continenti.

Quindi Skype non solo consente il lavoro psicoterapeutico, ma, come diversi studi hanno dimostrato,  in psicoterapia la dimensione online può facilitare l’espressione di parti di sé dissociate, inespresse e indicibili nella relazione vis à vis; può rispondere alla necessità di ritiro psichico per proteggersi da angosce relazionali; può disinibire la comunicazione superando il senso di colpa quando compare con intensità il transfert verso l’analista; può essere facilitante nei periodi separazione dal terapeuta quando emerge la paura di perdere l’oggetto o di averlo danneggiato.

Ovviamente tutto questo richiede uno strumento con immagine visiva ad alta definizione che consenta di cogliere le espressioni facciali e posturali, con una buona qualità dell’audio per discriminare le tonalità della voce, in un contesto ambientale stabile che possa consentire condizioni neuropsicologiche analoghe a quelle prodotte nella situazione reale.

Da molti anni utilizzo Skype per condurre terapie e ho potuto verificare di persona non solo la fattibilità, ma la sua effettiva efficacia, anche con tecniche specifiche come l’EMDR. In questo caso, il paziente dovrà munirsi di un computer su cui farà girare un video che l’aiuterà a muovere gli occhi da destra a sinistra e di uno smartphone o tablet con cui dialogare via Skype con il terapeuta.

Diverse ricerche internazionali, oltre che la mia personale esperienza, hanno verificato la validità di questa strumentazione.

Il counseling psicoanalitico

Al termine counseling, o consultazione come preferisco chiamarlo, sono state date varie definizioni, il cui tratto comune sembra essere quello della relazione psicologica di aiuto rivolta a soggetti che, in un momento specifico del loro ciclo di vita, si confrontano con situazioni conflittuali; il suo obiettivo è quello di offrire loro un’occasione per comprendere meglio la situazione in cui si trovano e reperire le risorse necessarie alla risoluzione del problema: si tratta, insomma, di consentire sia il recupero delle risorse personali, sia il benessere psichiconecessario al confronto con i compiti evolutivi ed i momenti di passaggio che adulti, bambini, genitori, coppie, si trovano a dover affrontare: difficoltà a livello della capacità di apprendimento, problematiche relative alla crescita e alla autonomizzazione, scelte difficili da effettuare, e così via, con tutti i vissuti di confusione e spaesamento che tutto ciò comporta. L’obiettivo del servizio di consultazione dovrebbe essere quello di fornire accoglimento e contenimento al disagio emozionale, oltre ad offrire l’occasione di una maggiore consapevolezza relativa al ruolo giocato dalle esperienze relazionali per mantenere una certa immagine di sé e del mondo.

Il modello seguito è costituito normalmente da tre/sei colloqui a tempo determinato, a cadenza settimanale: la brevità dell’intervento, se da un lato costringe immediatamente a fare i conti con il problema della separazione, dall’altro può essere rassicurante per chi teme di essere intrappolato nelle maglie di una relazione terapeutica senza fine.

Nel lavoro di consultazione viene fortemente utilizzata l’abilità a focalizzare l’intervento solo su alcune aree determinate, sostenendo sempre le parti sane e collaborative del soggetto, il che consente anche, tra l’altro, di evitare l’emergere di parti eccessivamente regredite che sarebbe poi difficile gestire, data, appunto, la brevità degli incontri.

È quindi evidente quanto il counseling si differenzi da un tradizionale intervento psicoterapeutico, proprio perché sono differenti tanto l’utenza quanto il tipo di relazione che è possibile stabilire con essa, oltre al fatto che esula dai suoi obiettivi una vera e propria modificazione della personalità del soggetto. Il soggetto della consultazione è sostanzialmente sano, e sta confrontandosi nel presente con un momento di crisi ed impasse esistenziale e deve per questo essere aiutato a riattivare quei meccanismi adattivi che risultano momentaneamente compromessi.

È anche per questo motivo che è prioritario per il clinico valutare il grado di strutturazione della personalità di chi richiede l’intervento, le sue abilità introspettive, la forza e la pervasività dei conflitti in gioco, la consistenza delle aree sane o comunque libere da conflitti, così da poter prevedere un eventuale irrigidimento strutturale di quadri psicopatologici, piuttosto che la possibilità del superamento della difficoltà manifestata in quel momento.

La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 3

Quest’articolo prosegue e conclude il discorso iniziato con “Dottoressa, Lei è freudiana” e “La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1 e 2”.

Modello delle dissintonie e disconoscimenti

Alla fine degli anni ’30, Sullivan sposta l’attenzione dal conflitto pulsionale al conflitto tra quel che l’uomo è e quel che socialmente deve essere, che porta alla nascita di un Me-buono (il Me accettato dai genitori), un Me-cattivo (il Me punito dai genitori) e un Non-me (il Me disconosciuto e quindi dissociato); in questo modo pone l’enfasi sull’importanza che in terapia l’analista lavori sul riconoscimento del paziente in toto, anche delle sue parti non accolte dai genitori, piuttosto che sulle sue fantasie. Lavorando in maniera indipendente, negli anni ‘70 per Kohut diventa essenziale la realizzazione del Sé, che presuppone l’incontro con un oggetto-Sé che sappia empaticamente sostenerlo: questo deve anche essere il ruolo svolto dall’analista. Si va così gradualmente delinenando nell’’80 quella che è stata definita la svolta relazionale, che raccoglie diverse correnti: l’Infant Research e il Boston Change Study Group, la Psicoanalisi Motivazionale, di Lichtenberg, Lachmann e Fossage, quella Intersoggettiva di Atwood, Stolorow e Brandschaft e quella Relazionale di Mitchell ed Ehrenberg (qui ho collocato anche Bromberg per questioni temporali, benché egli discenda più propriamente dalla Psicoanalisi Interpersonale di Sullivan). Accomuna queste correnti l’idea che il narcisismo primario non esista: secondo Mitchell lo sviluppo individuale avviene dentro una “matrice relazionale” che ogni persona costruisce attraverso le sue esperienze affettive significative con dli Altri reali. “Finché l’analista non partecipa affettivamente alla matrice relazionale del paziente piuttosto, non si scopre al suo interno, finché l’analista non è in un certo senso affascinato dalle richieste del paziente, plasmato dalle proiezioni del paziente, reso ostile e frustrato dalle difese del paziente, il paziente non è pienamente coinvolto e la profondità dell’esperienza analitica viene almeno in parte perduta” (Mitchell, 1988). La psicopatologia è allora il luogo delle esperienze non formulate a causa di dissintonie e disconoscimenti ambientali degli stati interni del bambino, che producono dissociazioni, le quali potranno essere re-integrate soltanto attraverso processi relazionali basati sull’autenticità, all’interno dei quali potranno svilupparsi insights (nuove consapevolezze): in questo senso, la terapia si co-costruisce. Sta di fatto, però, che il concetto di co-costruzione era stato decenni prima anticipato da Ferenczi.

 

Modello del trauma

Ferenczi non ha mai abbandonato l’idea originaria freudiana della psicopatologia come derivante da un trauma reale (Freud era partito da questa idea, cioè che certi ricordi traumatici fossero ricordi reali, ma l’aveva rapidamente sostituita con l’idea che si trattasse in realtà di fantasie); al contrario sottolinea che l’astinenza e la neutralità dell’analista, tanto caldeggiate dal modello del conflitto pulsionale e da quello del conflitto relazionale) possono creare un’atmosfera tale di deprivazione da ritraumatizzare il paziente, soprattutto nel momento in cui, facendo risalire i suoi ricordi a fantasie, incominci a svolgere il ruolo di quello che ha definito il “terzo termine”, la madre che non vuole vedere. Egli condanna perciò l’atteggiamento freddo, anaffettivo e puramente intellettuale dell’analista e caldeggia la partecipazione e l’autenticità.

 L’apporto delle Neuroscienze nel riconoscimento del trauma

Anticipato da tre decenni di ricerche di Sander secondo cui la funzione di riconoscimento costituisce il ponte tra i processi biologici e quelli relazionali, Schore riprende le osservazioni della teoria dell’attaccamento e dell’Infant Research e, integrandole alle scoperte neuroscientifiche, dimostra, tra l’altro, come la possibilità del bambino di sintonizzarsi con la mente di altre persone si riveli fondamentale per la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano le sue capacità di autoregolazione, in quanto favorisce nell’emisfero destro la creazione di un brain stress coping system. Questo consente dicomprendere meglio le ragioni del funzionamento dei pazienti borderline o con Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD), costretti sia dall’assenza di un brain stress coping system, sia da un’alterata comunicazione tra il cingolato anteriore e le zone limbiche sottocorticali a costanti comportamenti di attacco, fuga o dissociazione (fight-flight-freeze); ma anche di cambiare le modalità della cura enfatizzando il ruolo della sintonizzazione right brain to right brain (Correale, Mancia). Terapeuti non psicoanalisti, come Siegal, Van der Kolk, Panksepp, Porges, o il gruppo di Toronto che hanno dato un grosso contributo allo studio del trauma, hanno integrato anche altre tecniche (EMDR, Mindfulness, Terapia Sensorimotoria) nella pratica clinica, che oggi incominciano ad essere utilizzate anche in ambito psicoanalitico.

 

Il ritorno a Freud

Lacan negli anni ‘50 auspicava invece un ritorno a Freud: egli riconosceva alla relazione con l’altro il ruolo svolto nel processo di soggettivazione (cioè il processo che porta all’acquisizione della propria identità), ma la relazione con l’altro costituiva comunque un’alienazione del desiderio, e su questo desiderio non appagato bisogna lavorare (non me ne vogliano i lacaniani: sto ovviamente semplificando un pensiero in sé estremamente complesso). A Green, che pure attinge ad Autori come Winnicott e Bion, dobbiamo concetti importanti come la teorizzazione della «psicosi bianca», cioè i riflessi della depressione materna sullo sviluppo del bambino, o del conflitto tra angoscia abbandonica e angoscia di intrusione nei borderline; ma, a suo dire, l’osservazione sullo sviluppo infantile ha apportato ben poco al pensiero psicoanalitico, l’enfatizzazione della relazione mamma-bambino ha creato una specie di mito della relazione duale da cui è necessario uscire e le neuroscienze e gli approcci cognitivi stanno tentando di trasformare la psicoanalisi in una conoscenza oggettiva. Convinto lui….

La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 2

Quest’articolo prosegue il discorso iniziato con “Dottoressa, Lei è freudiana?” e “La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1”.

Modello del conflitto relazionale

L’importanza del ruolo giocato nello sviluppo dalle figure significative diventa primario nella Klein, la quale, secondo Greenberg e Mitchell rappresenta l’alternativa radicale al modello del conlitto pulsionale, ma, dovendo ella comunque mantenere l’adesione alla pensiero freudiano, si concentra unicamente sul ruolo giocato da queste figure in quanto “Altri” internalizzati: in altre parole, i conflitti non sono più di tipo pulsionale, bensì relazionale, tra il bambino e i genitori, ma si tratta sempre solo di “fantasie“: di fusione con l’altro, di divoramento, di inglobamento… Queste fantasie primarie interne giocano un ruolo preponderante nel determinare la psicopatologia. Dati questi presupposti diventano essenziali la neutralità ed astinenza assoluta dell’analista. In questo scenario, la Jacobson e la Mahler (che appartengono però al gruppo degli Psicologi dell’Io) tentano quello che Greenberg e Mitchell chiamano un accomodamento tra l’intuizione kleiniana dell’importanza delle relazioni oggettuali nello sviluppo della mente e i principi fondamentali della teoria pulsionale: per la Jacobson, la patologia dipende dalla gravità delle frustrazioni e delusioni subìte dai genitori, ma la delusione è sempre relativa a una richiesta determinata dalle pulsioni e non ad uno sforzo più globale verso il contatto affettivo; per la Mahler, la madre ha una funzione di soccorso e di pensiero ausiliario che tampona lo stato di non-integrazione postnatale del bambino (cioè il fatto che sia “spaesato” e spaventato di fronte all’insieme di stimoli interni ed esterni che lo raggiungono, ma che non sa ancora riconoscere), ma favorendo quella che è una spinta “interna”, quasi “biologica”, verso l’autonomia e l’identità (che è come dire che, in fondo, il bambino potrebbe farcela anche da solo). Kernberg, sempre secondo Greenberg e Mitchell, integra l’opera di Jacobson e Mahler, ipotizzando che siano le relazioni con l’altro a costituire le pulsioni: libido e aggressività sono per questo più propriamente definibili come “derivati pulsionali” in quanto rappresentano sì le pulsioni ma filtrate dall’esperienza con l’ambiente (per ambiente si intendono i genitori e le esperienze che il bambino fa con le persone significative intorno a lui); insomma, l’ambiente aumenta sempre più il ruolo giocato nello sviluppo mentale, anche se la tecnica terapeutica comunque non cambia: tutto si svolge nella testa del paziente e la costante interpretazione di questi conflitti relazionali, favorita dall’astinenza e dalla neutralità dell’analista, consente la risoluzione del sintomo.

E fin qui tutto sembra più o meno lineare.

Sono gli sviluppi del pensiero kleiniano che avvengono a partire da Bion a creare le prime vere difficoltà di collocazione degli Autori (Bion,  Meltzer, Bick, Tustin, Gaddini e molti altri) perché, pur rimanendo all’interno del modello del conflitto relazionale, è percepibile, quando non esplicitamente dichiarata, l’influenza del gruppo dei cosiddetti Indipendenti Britannici (Winnicott, Fairbairn, Kahn, Deutsch, ecc.), nonché dei loro precursori, che tendenzialmente vengono però collocati nell’ambito del modello delle carenze. Il riconoscimento del ruolo giocato dalle esperienze reale sullo sviluppo psichico è insomma sempre più un dato di fatto e, con questo, anche il riconoscimento dell’importanza di un atteggiamento autenticamente empatico da parte dell’analista.

 

Modello delle carenze

Negli anni ’40, lavorando indipendentemente gli uni dagli altri, pongono le basi per il modello delle carenze: Fairbairn, che sposta l’attenzione dal conflitto pulsionale a quello tra dipendenza infantile e dipendenza matura (in altre parole, per il bambino è importante innanzitutto la relazione con la madre più che la soddisfazione dei suoi bisogni e nel corso della vita questa modalità di dipendenza dalla relazione dovrà essere, come dire, “educata”); Anna Freud, la quale chiaramente afferma che a seguito di un carente sostegno ambientale si può determinare un arresto di sviluppo; Winnicott, che dice che non può esistere un bambino senza una madre, nel senso che è la relazione con l’altro ciò che favorisce la crescita; Kahn che parlando di “trauma cumulativo” riconosce come i ripetuti fallimenti ambientali possano risultare traumatici; tra questi è però solo Balint a rifiutare decisamente l’idea del narcisismo primario e ad enfatizzare quanto una carenza ambientale possa decretare la nascita di un difetto fondamentale nel bambino. I modelli del conflitto incominciano insomma ad avere come alternativa il modello del deficit.

Su questa strada, Bowlby farà dell’attaccamento un bisogno primario che, se mal soddisfatto, può generare Modelli Operativi Interni (MOI) insicuri, i quali determinaranno gli schemi relazionali dell’adulto, cioè il modo in cui si approccerà alle persone. Tralasciando gli sviluppi che la teoria dell’attaccamento ha avuto attraverso le ricerche delle Ainsworth, della Main e della Crittenden, più recentemente Fonagy ridimensiona in maniera sostanziale il MOI arrivando a parlare dell’esistenza nella psiche individuale di un più essenziale Interpersonal Interpretative Mechanism, derivato dal cattivo attaccamento, che può interpretare il comportamento dell’altro o bene, o male o malissimo: di qui i diversi livelli di gravità delle patologie. Per questo si concentra in terapia sullo sviluppo della funzione riflessiva, cioè sul favorire la corretta interpretazione del pensiero e del comportamento dell’Altro, lavorando sempre più solo sul qui ed ora e disinteressandosi della verità storica del trauma. Anche a Greenspan e Greenson, che si pongono in continuità con gli Psicologi dell’Io, ma integrano le acquisizioni dell’Infant Research – appartenente al modello delle dissintonie – dobbiamo concetti fondamentali: Greenspan fornisce un grosso apporto al lavoro con i bambini autistici e con quelli che definisce con “bisogni speciali”, individuando la presenza fin dalla nascita dei Disturbi Regolatori dell’Esperienza Sensoriale che, legati esclusivamente a difficoltà recettoriali, influenzano la relazione madre-bebé e mettendo a punto una tecnica psicoanalitica per l’adulto che va a lavorare su questi disturbi; Greenson si concentra sugli aspetti reali delle relazione terapeutica e, in particolare sull’alleanza terapeutica, concetto introdotto dalla Zetzel e sviluppato da Stone, che è un modo, secondo Fonagy e Target, di mettere in primo piano l’interazione analista-paziente nel processo terapeutico. Questo ci porta automaticamente a parlare del modello delle dissintonie e dei disconoscimenti, che sarà oggetto di un prossimo articolo.

La psicoanalisi e l’evoluzione storica dei suoi principali modelli – Parte 1

Tempo fa ho pubblicato un articolo dal titolo “Dottoressa, Lei è freudiana?”, spiegando che questa domanda mi è stata posta spesso in più di vent’anni di attività e che sempre mi mette un po’ agli angoli perché, sì, la mia formazione parte da Freud, ma la psicoanalisi, da 130 anni a questa parte, è molto cambiata, è cambiata coi tempi e con le nuove sofferenze che i mutamenti sociali hanno comportato.

Questo vuole essere il primo di una serie di tre articoli in cui cercherò di mostrare l’evoluzione del pensiero e della tecnica psicoanalitica, con tutti i limiti che una ricostruzione sintetica può comportare.

Costruire una genealogia della psicoanalisi da Freud ai nostri giorni è, infatti, un’impresa quasi impossibile, soprattutto considerando che dagli anni ’40 in poi, spesso in maniera indipendente, molti Autori hanno elaborato concetti sovrapponibili, o comunque se ne percepiscono i reciproci influenzamenti; per cui, quella che propongo è una delle possibili linee di sviluppo del pensiero psicoanalitico, consapevole che molti nomi potrebbero essere collocati in altre sedi e che altrettanti sono stati dati per scontati. Sulla base della lettura di diversi manuali di storia della psicoanalisi (Vegetti Finzi, Aparo-Casonato-Vigorelli, Greenberg-Mitchell, Amadei, Pelanda, Fonagy-Target, Eagle) mi è sembrato possibile isolare sei modelli principali: il modello del conflitto pulsionale,  il modello del conflitto relazionale, il modello strutturale, il modello delle carenze, il modello delle dissintonie e disconoscimenti, il modello del trauma. Ogni modello implica una strategia di intervento terapeutico differente.

Tralascio qualsiasi riferimento a quegli Autori, come Jung, Adler, Reich (e con lui Lowen), che hanno dato origine ad una corrente di pensiero e ad una conseguente tecnica terapeutica alternativa a quella freudiana e passo subito ad accennare agli altri modelli e alle loro reciproche influenze.

Qui sotto la genealogia che ho ricostruito. Di seguito, un tentativo di spiegazione.

Il modello del conflitto pulsionale

È il modello proposto da Freud che, pur nelle diverse rielaborazioni subìte nel corso del tempo, prevede che il sintomo psicologico sia causato da un conflitto intrapsichico tra i desideri pulsionali, sessuali e aggressivi, conservati nell’Es, e le modalità comportamentali che la società e il viver comune impongono, interiorizzate in un’istanza psichica che viene chiamata Super-Io, la nostra coscienza morale. In altre parole, i nostri desideri sessuali e aggressivi, se considerati inaccettabili, vengono rimossi e ributtati nell’inconscio, in maniera tale da non arrivare neanche alla soglia della coscienza; ma se la rimozione fallisce il proprio compito, il desiderio comparirà sotto mentite spoglie e formerà il sintomo nevrotico: la cecità isterica, piuttosto che il bisogno continuo di controllare di avere spento il gas tipico della nevrosi ossessiva, o la fobia dell’aereo piuttosto che dei cani. Secondo Freud, dietro queste sintomatologie si nasconde un conflitto pulsionale, che si svolge tutto “nella testa” della persona. Lo psicoanalista deve favorire l’emersione di questo conflitto mantenendo un atteggiamento neutrale e distaccato così che il paziente, non riuscendo a decifrare i pensieri dell’analista, sia indotto a proiettare su di lui le proprie personali fantasie, basate appunto su quei desideri inaccettabili. L’individuazione di questi desideri consentirà il superamento del sintomo.

Ho volutamente semplificato un modello che in sé è molto più sfaccettato; ma quello che mi premeva evidenziare è il fatto che la teoria freudiana presuppone che il bambino sia un essere autarchico (si trova in una condizione che egli definisce di “narcisismo primario”) che, se alla nascita potesse bastare a se stesso, non incontrerebbe mai l’Altro: lo cerca e lo riconosce solo per l’esigenza di soddisfare i propri bisogni; che tutta la problematica si svolga esclusivamente nella testa del paziente, che sia cioè intrapsichica; che la realtà reale non svolga nessuna effettiva funzione sullo sviluppo della sintomatologia (in altre parole, se ho ricordi di abusi subìti dal mio insegnante in quinta elementare, in realtà sto nascondendo a me stessa i miei desideri sessuali nei suoi confronti, o meglio nei confronti di mio padre – il famoso complesso di Edipo); che l’analista debba mantenere sempre un atteggiamento astinente, neutrale e frustrante le richieste che provengono dal paziente, allo scopo di favorire la proeizione delle fantasie inaccettabili.

Ma voci dubbiose si alzano fin da subito, sia per quanto riguarda l’esclusione del ruolo della realtà reale sullo sviluppo della mente (ad esempio con Hartmann o Anna Freud), sia per quanto riguarda l’atteggiamento dell’analista (Ferenczi a gran voce).

Modello strutturale

Questo modello appartiene ad un gruppo di psicoanalisti allievi di Freud in territorio statunitense che vengono identificati con il nome di Psicologi dell’Io. Ricordo tra i tanti Hartmann, Kris, Jacobson, Mahler. Secondo questi Autori, la patologia non dipende tanto dallo scontro tra l’Io e la realtà, quanto da una non avvenuta neutralizzazione della pulsione che impedisce all’Io di assolvere alle proprie normali funzioni e che può avvenire solo all’interno di un “ambiente medio prevedibile”: se il bambino cresce insomma in un contesto “sano”, questo aiuta a creare nella psiche un’area libera da conflitti che consente una crescita adeguata. La stessa Anna Freud accoglie il concetto di neutralizzazione della pulsione in quanto riconosce che nell’Io esiste sempre un’area problematica, la sessualità, che interferisce sulla normale amministrazione psichica; e si spinge ancora più in là, distinguendo tra conflitti esterni (tra il bimbo e le figure significative), conflitti interiorizzati (tra i desideri e l’interiorizzazione delle richieste  della realtà esterna nel Super-io) e conflitti veramente interni (tra l’Io e l’Es): ecco che gli Psicologi dell’Io e Anna Freud, pur ritenendo che la conflittualità sia alla fine sempre e solo intrapsichica, incominciano a riconoscere il ruolo svolto dalle figure significative sulla crescita del bambino.

In un prossimo articolo illustrerò il prosieguo di questa evoluzione.

Dottoressa, Lei è freudiana?

È una domanda che mi sono sentita porre spesso in più di vent’anni di attività e che sempre mi mette un po’ agli angoli perché, sì, la mia formazione parte da Freud, ma la psicoanalisi, da 130 anni a questa parte, è molto cambiata, è cambiata coi tempi e con le nuove sofferenze che i mutamenti sociali hanno comportato.

Complici gli stessi psicoanalisti, c’è, sia nella comunità scientifica sia nell’opinione pubblica, molta disinformazione e scarsa documentazione su quel che è oggi la psicoanalisi: quando se ne parla sui quotidiani, nei talk show, piuttosto che nei dibattiti in discipline parallele si parla di una psicoanalisi nata in un altro secolo come se fosse ancora attuale: il Vittorianesimo, puritano e positivista, ha spinto un Freud dissacrante a portare alla luce le pulsioni sessuali ed aggressive che albergano nell’inconscio dell’uomo sin dalla nascita; ma il bambino descritto da Freud è un essere autarchico che, se alla nascita potesse bastare a se stesso, non incontrerebbe mai l’altro: lo cerca e lo riconosce solo per l’esigenza di soddisfare i propri bisogni. Dati questi presupposti e data la volontà di vedere riconosciuta la psicoanalisi come scienza, Freud chiedeva agli analisti di agire come se si trovassero all’interno di una stanza chirurgica e di mantenere neutralità e distanza dal paziente: così, lasciato solo con le sue associazioni, egli avrebbe gradualmente proiettato sull’analista fantasie proibite, che, prontamente interpretate come derivanti da un antico passato, sarebbero state rielaborate.

Ma la seconda guerra mondiale ha modificato le prospettive: il bambino postbellico è un bimbo traumatizzato che deve fare i conti non tanto con la frustrazione delle sue esigenze corporali o con le distorsioni delle proprie fantasie, quanto con le carenze dell’accudimento ricevuto e con la sua rabbia reattiva; è la vittima di un ambiente inadeguato e che ora chiede all’analista risarcimento e riparazione: così, il passaggio da una teoria del conflitto ad una teoria del deficit negli anni ’50-‘60 decreta la nascita di un analista accogliente che empaticamente risuona con la sofferenza del paziente ed implicitamente offre quel che Alexander ha definito un’”esperienza emozionale correttiva”. Non viene ancora riconosciuto il ruolo che lo stesso analista può giocare, influenzando con il proprio inconscio l’inconscio del paziente: questo cambiamento avverrà negli anni ’80, dopo che il crollo dei passati rigori e divieti, se da un lato ha consentito maggiore libertà e “diritti per tutti”, dall’altro ha minato anche sicurezze e stabilità interiori, lasciando nell’uomo un vuoto ed una fragilità spesso celate dietro Sé falsi ed inautentici.

In questi ultimi trent’anni, l’osservazione diretta della relazione madre-bambino ed i progressi delle neuroscienze ci hanno chiaramente mostrato come il bimbo alla nascita non sia quell’esserino autarchico tutto preso dalla soddisfazione delle proprie pulsioni visto da Freud a partire dai racconti dei pazienti, quanto piuttosto attivamente partecipi e richiami la relazione con la madre, ne ricerchi il contatto, il calore, il sostegno e quanto la madre stessa partecipi con la sua pronta relazionalità alla crescita e allo sviluppo della mente del suo bambino. Qualunque genitore sa quanto sia vero tutto cò. Non viviamo nel 1885 e ormai sappiamo quanto la sintonizzazione con la mente della madre si riveli fondamentale per la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano le capacità di autoregolazione del bambino. Questa consapevolezza ha ulteriormente cambiato la posizione dell’analista in terapia, che, se mantenesse quell’originaria freddezza e austerità oggi, in un’epoca così lontana da quel Vittorianesimo, contribuirebbe se va bene alla “fuga” (saggia) del paziente, al peggio ad una sua ritraumatizzazione. Oggi paziente e analista collaborano insieme ad un processo di cura che modificherà l’uno quanto l’altro.

Per cui, sono freudiana? Sì, non potrei non esserlo, perché da Freud tutto è partito. E sì, ancor oggi c’è qualche analista che vive come se fossimo agli inizi del ‘900, e molti di più ce n’erano nel ’50. Ma per quanto mi riguarda, sono nata nel ’64 e vivo nel 2015 e mi confronto con le problematiche e le sofferenze attuali.

In un prossimo articolo cercherò di illustrare gli sviluppi della psicoanalisi dalle origini fino ai nostri giorni, con l’obiettivo di mostrare quanto complessa ed articolata sia la storia di questa teoria sempre in fieri.

Riconoscere il manipolatore

In un precedente articolo abbiamo parlato della perversione relazionale, cioè di quella modalità relazionale dove l’affettività e i veri sentimenti sono assenti, mentre conta solo il potere di controllo sull’altro.In un suo recente lavoro Isabelle Nazare-Aga elenca le trenta caratteristiche che contraddistinguono il comportamento del manipolatore affettivo: se che ci sta accanto ne possiede almeno 14, meglio darsi alla fuga, anche se staccarsi da questi personaggi è davvero problematico. Ecco l’elenco.

1) Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore etc

2) Fa credere che bisogna essere perfetti, che non bisogna mai cambiare opinione, che bisogna sapere tutto

3) Sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi

4) Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui

5) Può essere geloso anche se è un genitore o un parente

6) Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso

7) Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro)

8) Rifugge le sue responsabilità e da sempre la colpa agli altri

9) Non comunica chiaramente i suoi bisogni, sentimenti e opinioni

10) Spesso risponde in modo vago

11) Cambia argomento con disinvoltura nel corso di una conversazione

12) Evita i colloqui e le riunioni

13) Evita il confronto diretto e preferisce scrivere o telefonare

14) Invoca ragioni logiche per mascherare le sue richieste

15) Deforma e interpreta la verità

16) Non sopporta le critiche e nega l’evidenza

17) Fa minacce velate o ricatta apertamente

18) Semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo o per provocare la rottura della coppia

19) Cambia idea, comportamenti e opinioni in base alle situazioni

20) Mente

21) Punta sull’ignoranza degli altri e li convince della sua superiorità

22) E’ egocentrico

23) I suoi discorsi sembrano logici e coerenti, mentre i suoi modi, le sue azioni e il suo stile di vita non lo sono per niente

24) Si riduce sempre all’ultimo momento per chiedere o far fare qualcosa agli altri

25) Non tiene conto dei bisogni e dei desideri altrui

26) Ignora le richieste (ma dice di occuparsene)

27) Produce uno stato di malessere o la sensazione di essere in trappola

28) Ci fa fare cose che probabilmente non faremmo mai spontaneamente

29) Perseguie sempre i propri fini, ma a spese altrui

30) E’ oggetto di discussione tra le persone che lo conoscono

Il prof. Kernberg parla delle forme della violenza

Al seguente link:

http://www.youtube.com/playlist?list=PLfo0vTBFX7qW6gNf6vewklLNK8V0aNWUI

il prof. Otto Kernberg parla al congresso della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dedicato alle “forme della violenza”.

Kernberg è analista didatta e supervisore, oltre che docente di psichiatria. Da decenni si occupa di disturbi gravi della personalità, con particolare interesse per la perversione relazionale o narcisismo maligno.

La perversione relazionale

È frequente pensare che la perversione sia solo di tipo sessuale; esiste invece un tipo di perversione che riguarda la modalità con cui vengono gestite le relazioni; questo tipo di perversione può coinvolgere anche la sessualità, ma non è detto che questo accada.

Vediamo come si comporta il perverso relazionale.

Diciamo innanzitutto che il perverso ha bisogno della sua vittima, non perché la ami o la stimi, ma perché gli serve per affermare il proprio potere nella relazione. Per raggiungere questo scopo è inizialmente gentile e seducente, cerca di diventare indispensabile come una droga, di riempire tutti gli spazi dell’altro, isolandolo il più possibile dal mondo; poi, gradualmente, incomincia ad esercitare un’attività corrosiva sulla sua autostima, criticando sistematicamente interessi, amicizie, parentele,  esperienze professionali ed ogni aspetto della vita quotidiana, dal modo di apparecchiare la tavola al modo di guidare, dal modo di vestire al modo di camminare: “Devi dimagrire”, “Vai in palestra”, ” Quel vestito ti sta male”, “Abbassa la voce, sei stridula”.

Derisa e ridicolizzata anche in pubblico, la vittima del perverso viene ulteriormente  disorientata dal fatto che queste critiche sono spesso camuffate come consigli pedagogici o come battute di spirito.

Il tutto viene, inoltre, comunicato in maniera mistificata:  la minaccia è espressa con un tono di voce suadente, un contenuto leggero attraverso una modalità che incute timore; vengono inviati messaggi oscuri ai quali segue il rifiuto di spiegarsi; le comunicazioni sono criptiche, incostanti, confusive.

Traendo da Hurni e Stoll-Simona, autori del testo L’odio dell’amore, un esempio di comunicazione perversa:

“<<STONF!>> Bene … Hai visto? Tu spegni la luce e io batto la testa”

“Ma caro, sei tu che mi hai detto di spegnere la luce”

“E allora? Non sei obbligata a fare tutto quello che dico”

O ancora: “Sei tu che mi spingi a dire bugie con tutte le tue domande”

Purtroppo, questo spesso questo accade anche con i figli, in genere con uno in particolare, che viene scelto come capro espiatorio.

Parliamo ora della vittima del perverso: poiché momenti “buoni” nella relazione si alternano a momenti “cattivi”, ella incomincia a credere di non avere alternative se non restare nella relazione perversa ed impegnarsi per farla funzionare; così facendo, sposta sempre più avanti il limite di tolleranza ed arriva a sentirsi sempre più fallita ed impotente.

La vittima “sana” passa attraverso tre fasi:

1) Incredulità, non crede a quello che sta accadendo. 2) Difesa, inizia a difendersi con rabbia e a sostenere la propria posizione di persona sana . 3)Depressione, si rassegna, diventa insicura ed estremamente vulnerabile: la sua indipendenza psichica è stata distrutta.

Le cose si complicano se la suddetta vittima possiede anch’ella tratti perversi: entriamo allora in una dimensione relazionale sadomasochistica, dove, però, i ruoli del sadico e del masochista possono alternarsi. Hurni e Stoll-Simona raccontano il caso di una coppia che, quando la tensione sado-masochista sembrava attenuarsi in uno dei due, l’altro incominciava a rincorrerlo “giocosamente” per casa con un coltello in mano, fino a quando la situazione non si “riequilibrava”.

Una delle prime coppie perverse “documentate”?: la mamma e il papà di Edipo, quello del “complesso”, vale a dire Giocasta e Laio. Questo sarà l’argomento di un prossimo articolo.

EMDR e terapie “energetiche” (le Power Therapies)

Nel corso degli ultimi decenni sono state messe a punto moltissime tecniche terapeutiche aventi l’obiettivo di contrastare gli episodi traumatici nella loro connessione con il corpo, molte delle quali utilizzano stimolazioni visive, uditive, tattili o vestibolari con o senza l’evocazione del trauma originario. Alcune fanno ricorso alla Kinesiologia, altre lavorano sui meridiani ed i punti di agopressione.

Per nominarne alcune:

  • Terapia di deprogrammazione neuroemozionale (DMOKA) di Chavance e Placet
  • Thought Field Therapy (TFT) di Callahan, o Emotional Freedom Tecniques (EFT) nella sua forma abbreviata, basata sull’idea che gli eventi traumatici perturbino l’intero sistema energetico corporeo, il cui sbilanciamento viene misurato attraverso i test muscolari kinesiologici, e ristabilito attraverso stimolazioni dirette nei punti di agopuntura mentre il paziente ricorda l’evento traumatico.
  • Somatic Experiencing (SE) di Levine che esplora e sollecita le sensazioni e le emozioni rimaste sospese durante l’episodio traumatico attraverso un protocollo preciso e definito.
  • Visual-Kinesthetic Disassociation (VKD) che ha come obiettivo quello di disassociare la memoria del trauma dalle emozioni negative, rinforzando contemporaneamente l’immagine di sé.

 

Power therapies, così sono state definite queste tecniche, a seguito di un meeting organizzato nel 1995 da Charles Figley alla Florida State University, il cui scopo era quello di raggruppare fondatori e adepti di una serie consistente di terapie tanto controverse quanto ampiamente utilizzate, di sperimentarle in pubblico e confrontarle tra loro.

All’interno di queste è stata annoverata anche l’EMDR, benché questa tecnica non utilizzi minimamente riferimenti energetici e sia l’unica tra le varie menzionate ad essere stata sottoposta ad un attento esame attraverso trials controllati che ne hanno più volte dimostrato l’efficacia. Inoltre, il suo apprendimento avviene a seguito di un training formativo rivolto esclusivamente a psicoterapeuti già abilitati, mentre le altre tecniche possono essere praticate da chi non ha alcuna formazione medica o psicologica.